lunedì, Settembre 7, 2026
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L’invisibile nel piatto

Per anni abbiamo pensato alla plastica come a qualcosa di facilmente riconoscibile. Una bottiglia sulla spiaggia, un sacchetto trascinato dalle onde, un contenitore abbandonato sul fondo del mare. Oggi, però, il problema ha assunto una forma molto meno visibile e forse proprio per questo più difficile da comprendere. La plastica si frammenta, si disperde nell’acqua e nell’aria, entra nella catena alimentare e può arrivare fino al nostro organismo. È in questo passaggio silenzioso che microplastiche e nanoplastiche hanno smesso di essere soltanto una questione ambientale e sono entrate sempre più nel campo della medicina e della salute pubblica. Per chi vive nel Mediterraneo il problema appare ancora più vicino. Il nostro mare è un bacino semi-chiuso, circondato da aree densamente popolate e sottoposto a una continua pressione urbana, industriale, commerciale e turistica. Ogni giorno vi finiscono grandi quantità di rifiuti plastici che, con il tempo, non scompaiono ma si frammentano in particelle sempre più piccole, capaci di disperdersi nell’acqua, nei sedimenti e negli organismi marini.
Da qui il passaggio verso l’alimentazione diventa inevitabile. Pesci, molluschi e crostacei possono rappresentare una delle vie di esposizione, ma certamente non l’unica. Microplastiche sono state rilevate anche nell’acqua, nel sale e in diverse matrici alimentari, mentre una parte dell’esposizione può avvenire attraverso l’aria e i materiali che quotidianamente vengono a contatto con cibi e bevande. Non esiste quindi un’unica fonte e proprio questa diffusione rende il fenomeno particolarmente complesso da studiare. A questo punto, però, occorre evitare un errore molto frequente. Ritrovare una particella di plastica in un alimento o persino nell’organismo umano non significa automaticamente avere dimostrato che quella particella provochi una malattia. In medicina il percorso tra esposizione e danno è molto più complesso e richiede di comprendere quante particelle entrino realmente nell’organismo, quante vengano eliminate, quali possano attraversare le barriere biologiche, dove eventualmente si accumulino e quali conseguenze siano in grado di determinare nel tempo.
Negli ultimi anni, tuttavia, le ragioni per approfondire il problema sono diventate sempre più consistenti. Microplastiche e nanoplastiche sono state segnalate in diversi tessuti e fluidi biologici umani, compresi sangue, rene e urine. Questo non dimostra ancora che siano responsabili di una determinata malattia, ma rende ormai difficile considerare la contaminazione da plastica come qualcosa che rimanga confinato all’ambiente. Uno dei lavori che ha maggiormente attirato l’attenzione della comunità scientifica è stato pubblicato nel 2024 sul New England Journal of Medicine. Studiando pazienti sottoposti a intervento sulle arterie carotidi, i ricercatori hanno identificato microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche e hanno osservato che i pazienti nei quali queste particelle erano presenti avevano, durante il follow-up, una maggiore incidenza di eventi cardiovascolari.
Il risultato è certamente importante, ma deve essere interpretato con equilibrio. Lo studio dimostra un’associazione e non consente ancora di affermare che siano state le microplastiche a causare direttamente infarto, ictus o morte. È una distinzione fondamentale, perché il compito della ricerca non è soltanto individuare un segnale, ma stabilire se quel segnale rappresenti realmente un rapporto di causa ed effetto. Anche il rene è entrato progressivamente in questo scenario. Particelle plastiche sono state identificate nel tessuto renale e nelle urine e gli studi sperimentali suggeriscono possibili meccanismi di danno legati a stress ossidativo, infiammazione, alterazioni cellulari e modificazioni della risposta immunitaria. Le particelle di dimensioni più piccole suscitano particolare interesse perché potrebbero attraversare più facilmente alcune barriere biologiche e interagire in maniera più diretta con cellule e tessuti. Il condizionale, però, rimane necessario. Gran parte delle informazioni sui possibili meccanismi di danno deriva ancora da studi sperimentali e non possiamo automaticamente trasferire all’uomo ciò che osserviamo in laboratorio. Le dosi, le dimensioni delle particelle e le condizioni di esposizione possono essere molto diverse da quelle della vita quotidiana.
Esiste inoltre un problema metodologico tutt’altro che secondario. Misurare microplastiche e nanoplastiche nei tessuti umani è tecnicamente difficile, le metodiche utilizzate nei diversi studi non sono ancora completamente uniformi e il rischio di contaminazione dei campioni è reale. Anche per questo confrontare i risultati e quantificare con precisione l’esposizione umana rimane complesso. Queste incertezze non devono però condurci né all’allarmismo né all’indifferenza. Sarebbe sbagliato trasformare ogni alimento o ogni contenitore in una nuova fonte di paura, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare un’esposizione che appare ormai diffusa e che coinvolge contemporaneamente ambiente, alimentazione e organismo umano. La risposta più razionale è continuare a ridurre l’inquinamento alla fonte, limitare quando possibile l’uso non necessario della plastica, migliorare i sistemi di raccolta e trattamento dei rifiuti e soprattutto investire in una ricerca capace di definire meglio l’esposizione reale dell’uomo e le sue possibili conseguenze nel lungo periodo. Per noi medici esiste anche un’altra responsabilità, forse meno evidente, che consiste nel raccontare ciò che la scienza sta osservando senza anticipare conclusioni che la scienza stessa non ha ancora raggiunto. Oggi sappiamo che microplastiche e nanoplastiche sono diffuse nell’ambiente, entrano nella catena alimentare e possono essere ritrovate nell’organismo umano. Sappiamo anche che esistono meccanismi biologici plausibili di danno e primi segnali clinici che meritano attenzione. Non sappiamo ancora, invece, quale sia il loro reale peso nello sviluppo delle malattie, quali siano le dosi realmente pericolose e se esista una soglia al di sotto della quale l’esposizione possa essere considerata sicura. La plastica che un tempo vedevamo galleggiare sulla superficie del mare oggi può frammentarsi fino a diventare invisibile, continuando però il proprio viaggio nell’acqua, negli alimenti e, almeno in parte, dentro di noi. Non sappiamo ancora fino a che punto questo viaggio influenzerà la salute delle prossime generazioni, ma sappiamo ormai abbastanza per comprendere che il confine tra salute dell’ambiente e salute dell’uomo è molto più sottile di quanto abbiamo creduto per anni.
A questo punto, l’invisibile non è più soltanto nel mare, ma dentro di noi.

A cura di Antonio Granata e Nino Rizzo (nella foto).

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