C’è un momento, nella vita di ogni medico di famiglia, in cui si chiude la porta del proprio ambulatorio per l’ultima volta. Un gesto semplice, quasi amministrativo. Ma non sempre coincide con un’uscita di scena. In alcuni casi, anzi, segna solo un cambio di prospettiva.
È il caso dell’amico Carlo Calabrese che va in pensione dopo tanti anni di onorato servizio, svolto senza mai limitarsi al perimetro – pur impegnativo – della medicina di famiglia. Perché il suo è stato un percorso professionale costruito sulla curiosità, sulla cultura e su una passione civile che ha trovato molte forme di espressione: dall’arte al calcio, dalla riflessione scientifica alla discussione pubblica.
Medico di grandissima cultura, ironico, mai banale, interista, ha sempre praticato una medicina capace di tenere insieme rigore e umanità. L’interesse per l’arte non è stato un vezzo, ma una chiave di lettura del mondo; quello per il calcio, un modo per comprendere la società, i suoi riti e le sue contraddizioni. Anche questo, in fondo, è stato esercizio di medicina generale.
Non sorprende, quindi, che abbia contribuito a immaginare e realizzare una società scientifica come Artemisia, pensata non come contenitore formale ma come spazio di pensiero. Un luogo in cui la medicina generale potesse tornare a interrogarsi su se stessa, sottraendosi alla riduzione a mero adempimento burocratico. Artemisia è per molti colleghi, un laboratorio di idee più che un’etichetta, un modo di essere medici.
Accanto a questo, c’è un altro ambito in cui la sua presenza è stata – ed è – costante: quello delle relazioni tra colleghi. Amministratore instancabile di un numero impressionante di chat WhatsApp, ha trasformato uno strumento spesso caotico in una vera agorà professionale. Informazioni, commenti, prese di posizione, ironia: in quelle chat si è costruita, giorno dopo giorno, una comunità che ha saputo discutere, talvolta scontrarsi, ma raramente restare indifferente.
La pensione, dunque, arriva come atto dovuto, non come epilogo. Perché alcune figure non hanno bisogno di un ambulatorio per continuare a incidere. Restano nelle idee che circolano, nelle discussioni che accendono, nelle reti che tengono insieme una professione sempre più frammentata.
Finisce l’attività clinica quotidiana ma non finisce la scena. E certamente non finiscono neppure le notifiche sui nostri telefonini.
Carlo Calabrese, arriva la pensione per un mitico medico di famiglia ma nessuna uscita di scena
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