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La riforma Bernini e l’ipocrisia di chi oggi accusa i giovani

La riforma dell’accesso a Medicina proposta dal ministro Bernini ha riacceso un dibattito antico e spesso mal posto: quello sulla presunta scarsa preparazione dei giovani che aspirano a diventare medici. Un dibattito che, ancora una volta, rischia di trasformarsi in una comoda scorciatoia retorica per evitare il vero nodo del problema: le responsabilità di chi forma, non di chi si forma.
È troppo facile accusare gli studenti di essere meno preparati, meno motivati, meno “adatti” rispetto alle generazioni precedenti. È una narrazione rassicurante per chi insegna, perché sposta il baricentro della colpa sempre verso il basso, mai verso l’alto. Ma è anche una narrazione intellettualmente disonesta.
Chi oggi denuncia il decadimento del livello degli studenti è spesso lo stesso che: non ha mai messo seriamente in discussione i modelli didattici universitari, ha accettato per anni una formazione nozionistica, selettiva solo in apparenza, ha confuso la selezione con l’esclusione e il merito con l’addestramento al quiz.
E soprattutto, è spesso lo stesso che ha fallito nel ruolo più alto che l’accademia medica assegna: insegnare l’arte nobile del fare il medico.

Il paradosso morale

C’è un paradosso che non può più essere ignorato.
Molti di coloro che oggi invocano rigore, eccellenza, disciplina e qualità della formazione sono gli stessi che, in un momento storico cruciale, hanno rinunciato proprio al rigore scientifico.
Quando era necessario mantenere una posizione di equilibrio, dubbio metodologico, distinzione netta tra evidenza scientifica e decisione politica, una parte del mondo accademico ha scelto un’altra strada: non quella della scienza critica, ma quella della semplice divulgazione del potere.
Non divulgazione scientifica, ma legittimazione narrativa delle decisioni.
Non complessità, ma slogan.
Non metodo, ma consenso.
Quelle posizioni sono state spesso “vendute”, non necessariamente in senso economico, ma in termini di visibilità, notorietà, riconoscimento mediatico. Il ruolo del medico-scienziato è stato sostituito da quello dell’opinionista permanente, del garante morale dell’autorità, del volto rassicurante del decreto.
Ed è difficile accettare lezioni di rigore formativo da chi, quando il rigore contava davvero, ha preferito la semplificazione e l’allineamento.

La riforma come capro espiatorio

La riforma Bernini viene oggi usata come bersaglio simbolico. Ma il problema non è la riforma in sé. Il problema è che si continua a evitare la domanda fondamentale: che tipo di medico vogliamo formare?
Un medico: capace di pensiero critico o addestrato a ripetere linee guida senza comprenderle? formato alla responsabilità clinica o alla deresponsabilizzazione burocratica? educato al dubbio o alla sudditanza epistemica? Se gli studenti arrivano impreparati, la risposta non è alzare muri selettivi sempre più arbitrari. La risposta è ripensare radicalmente il percorso, assumendosi finalmente la responsabilità educativa che l’università ha progressivamente delegato.

Conclusione

Criticare i giovani è facile. Criticare se stessi lo è molto meno.
Ma una comunità accademica che non è disposta a interrogarsi sui propri fallimenti formativi, comunicativi e morali non ha l’autorevolezza per ergersi a giudice.
La medicina non ha bisogno di custodi del passato né di predicatori tardivi del rigore.
Ha bisogno di maestri credibili, che insegnino con l’esempio prima ancora che con le parole, e che ricordino che il rigore scientifico non è un abito da indossare quando conviene, ma una responsabilità permanente.

 

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