La tutela dei minori vittime di maltrattamenti non può limitarsi all’intervento giudiziario o assistenziale. Esiste una forma di violenza meno visibile, ma non meno dannosa, che spesso si manifesta dopo i fatti: la spettacolarizzazione del dolore attraverso l’esposizione mediatica e digitale.
Sempre più spesso bambini e adolescenti coinvolti in esperienze di abuso, trascuratezza o violenza assistita vengono trascinati, anche indirettamente, nel circuito dell’informazione sensazionalistica. Ricostruzioni emotive, immagini, dettagli riconoscibili, commenti televisivi e contenuti diffusi sui social network finiscono per trasformare la sofferenza in un oggetto di consumo, compromettendo in modo significativo i processi di elaborazione del trauma.
Dal punto di vista psicologico, tale esposizione configura una vera e propria vittimizzazione secondaria. Il minore, già colpito da un trauma primario, sperimenta una nuova intrusione nella propria sfera emotiva e identitaria, con perdita di controllo, riattivazione dello stress e alterazione dei meccanismi di autoregolazione emotiva. In età evolutiva il trauma non si esaurisce nell’evento in sé, ma può strutturarsi come trauma complesso, incidendo sullo sviluppo dell’identità, sull’autostima e sulla capacità di costruire relazioni di fiducia.
L’essere riconoscibili, o il percepirsi osservati e giudicati, amplifica vissuti di vergogna, colpa e isolamento sociale. Nei casi più critici, l’esposizione pubblica può determinare una riattivazione persistente della memoria traumatica implicita, ostacolando i processi di integrazione dell’esperienza e interferendo con i percorsi di resilienza evolutiva.
Un ulteriore elemento di rischio riguarda il contesto relazionale e sociale. Una comunità adulta che non svolge una funzione protettiva, e che consuma il dolore dei minori come narrazione emotiva o intrattenimento, contribuisce a rafforzare nel bambino la percezione di insicurezza e di mancata tutela. In psicologia dello sviluppo, un ambiente percepito come non sufficientemente contenitivo può amplificare l’impatto del trauma e comprometterne l’elaborazione.
Il diritto di cronaca, pur costituendo un pilastro dell’informazione democratica, incontra limiti chiari quando entra in gioco l’interesse superiore del minore. Le norme nazionali e internazionali impongono una tutela rafforzata della dignità, dell’anonimato e della riservatezza dei bambini coinvolti in esperienze traumatiche. Informare non equivale a esporre, dettagliare o rendere riconoscibile.
Nel contesto digitale tali criticità risultano ulteriormente accentuate. La persistenza dei contenuti online, la rapidità della diffusione e l’assenza di un reale controllo sulla circolazione delle informazioni rendono il danno potenzialmente permanente. Un minore esposto oggi rischia di portare con sé, anche in età adulta, un’identità pubblica costruita attorno a un trauma non scelto né governabile.
Proteggere i minori significa anche rinunciare alla spettacolarizzazione, adottando un modello di informazione responsabile, sobrio e rispettoso. In alcuni casi, il silenzio può rappresentare una forma di tutela e di cura. La difesa dell’infanzia non si esaurisce nelle aule giudiziarie, ma passa attraverso l’etica dell’informazione e la responsabilità collettiva di anteporre il benessere psicologico dei bambini a qualsiasi logica di visibilità o audience.
Emilia Grasso
Direttore Dipartimento Nazionale Affari Sociali ed Emarginazione Codacons
Foto creata con ChatGPT



