venerdì, Gennaio 23, 2026
Farmavalens Tusedan
HomePrimo pianoProfessioneQuando chi decide non paga mai: il caso Biancofiore e la responsabilità...

Quando chi decide non paga mai: il caso Biancofiore e la responsabilità rovesciata

In Italia esiste un principio non scritto, ma applicato con una puntualità quasi scientifica: quando il politico sbaglia, paga chi lavora. E quando chi lavora sbaglia… paga comunque chi lavora.
Il recente emendamento presentato dall’onorevole Michaela Biancofiore, che sposta sul professionista sanitario la responsabilità contrattuale diretta per gli eventi avversi occorsi in una struttura, rappresenta l’esempio più recente — e più evidente — di questa logica distorta.
Un provvedimento presentato come tutela del cittadino, ma che nella sua formulazione reale finisce per colpire ancora una volta non chi organizza il sistema, ma chi lo sorregge ogni giorno con turni massacranti, organici insufficienti e risorse spesso inadeguate.

La responsabilità ribaltata.

L’emendamento attribuisce al professionista sanitario una responsabilità primaria di tipo contrattuale, mentre la struttura — e quindi la governance che ne determina condizioni operative, organici, protocolli e dotazioni — assume un ruolo secondario.

È un cambio di paradigma radicale rispetto alla Legge 24/2017 (Gelli-Bianco), che aveva cercato di riportare equilibrio, distinguendo tra:
• responsabilità contrattuale della struttura (che controlla organizzazione e risorse),
• responsabilità extracontrattuale del professionista, limitata alla colpa grave.

Il principio era semplice: non puoi chiedere al singolo di rispondere di ciò che dipende dal sistema.

L’emendamento Biancofiore ribalta tutto.
E lo fa in un momento storico in cui il personale sanitario, dopo una pandemia e anni di tagli, è già al limite.

Il paradosso: chi lavora è sotto esame, chi decide no.

È difficile non notare il paradosso: mentre il medico risponde perfino del dettaglio più marginale, chi scrive le norme che generano inefficienze, ritardi e disorganizzazione non risponde di nulla.

Una struttura che non funziona non è quasi mai il prodotto del professionista, ma dell’insieme di scelte politiche e gestionali che definiscono:
• il numero di medici e infermieri disponibili,
• i carichi di lavoro,
• la tecnologia messa a disposizione,
• la qualità dei percorsi diagnostico-terapeutici,
• la sicurezza dei pazienti.

Eppure, secondo la logica dell’emendamento, il professionista sarebbe l’unico titolare della responsabilità contrattuale.
La struttura — e dunque le scelte politiche — resterebbero sullo sfondo.

È una fotografia cristallina della nostra cultura amministrativa:
la responsabilità si ferma sempre all’ultimo gradino della scala. Mai al primo.

Il mondo al contrario: se la politica rispondesse come i medici.

Per comprendere l’assurdità del modello, basta immaginare l’inverso: un responsabile politico che risponde personalmente, in via contrattuale, dei danni causati dalle norme che firma.

Allora avremmo:
• risarcimento obbligatorio per una legge inefficace,
• responsabilità personale per un provvedimento confuso,
• rivalsa economica per sprechi generati da decisioni improvvisate,
• sospensione dall’incarico per disservizi derivati da errate scelte organizzative.

Un sistema più equo? Sicuramente.
Applicabile alla politica italiana? Difficile immaginarlo.

Emendamento satirico: “Responsabilità Politica Primaria”

Per rendere evidente la disparità, immaginiamo un emendamento speculare:

Articolo 1 — Responsabilità Politica Primaria.

1. Il decisore politico che causi inefficienze o sprechi risponde in via principale a titolo contrattuale.
2. La struttura amministrativa risponde solo in via sussidiaria, qualora abbia tentato di correggere l’errore politico.
3. Il politico che produce norme inefficaci deve svolgere un turno settimanale in pronto soccorso, per comprendere il significato di “responsabilità”.
4. In caso di recidiva è iscritto all’Albo degli Incompetenti Legislativi, con foto esposta all’ingresso del Parlamento.

Conclusione: responsabilità sì, ma per tutti

Il tema non è sottrarre i professionisti sanitari alle proprie responsabilità: è riconoscerle nel giusto perimetro, senza trasformarli nei terminali di un sistema che non controllano.

Se la politica vuole davvero tutelare il cittadino, dovrebbe iniziare a:
• assumersi le proprie responsabilità organizzative,
• garantire condizioni di lavoro adeguate,
• sostenere le strutture sanitarie,
• evitare norme che aumentano la paura di lavorare anziché la sicurezza di curare.

Una riforma della responsabilità professionale deve coinvolgere tutta la filiera, non solo l’ultimo anello.

Finché questo non accadrà, l’Italia resterà il Paese in cui: chi lavora paga sempre. Chi governa mai.

RELATED ARTICLES

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

- Advertisment -Farmavalens Flusedan

I PIÙ LETTI