Il caso di Modena ha riportato con brutalità al centro del dibattito pubblico una domanda che l’Italia continua a rinviare. Che cosa accade quando una grave fragilità psichica resta senza una rete capace di seguirla davvero?
Le indagini dovranno chiarire fino in fondo responsabilità, movente e dinamica dei fatti. Ma una riflessione si impone già oggi, senza forzature e senza scorciatoie ideologiche. L’uomo fermato, secondo le ricostruzioni disponibili, è un trentunenne italiano di seconda generazione, nato nel Bergamasco, laureato in Economia, disoccupato, residente nel Modenese e con una storia personale segnata anche da precedenti cure psichiatriche.
È un profilo che dovrebbe suggerire prudenza a tutti. Soprattutto quando, davanti a tragedie complesse, si evocano automaticamente categorie come immigrazione, radicalizzazione o “remigrazione”. Se il protagonista della vicenda è un cittadino italiano, cresciuto nel nostro Paese, laureato e segnato da una possibile sofferenza psichica, ridurre tutto al tema migratorio rischia di diventare una scorciatoia politica, non una spiegazione utile.
Ogni volta che un fatto di sangue scuote l’opinione pubblica, il Paese sembra infatti costretto a trovare subito una risposta. Serve una categoria, una parola d’ordine, un’etichetta da consegnare al confronto politico. Radicalizzazione, immigrazione, ordine pubblico, controllo del territorio. Sono formule che entrano facilmente nei titoli, funzionano nei talk show, dividono l’opinione pubblica e danno l’impressione di avere già capito tutto.
Ma la fretta, spesso, impedisce di vedere il punto più scomodo. Prima della tragedia, dov’era lo Stato? Chi ha seguito quella fragilità? Chi ha intercettato i segnali? Chi si è accorto che una persona stava uscendo dal perimetro delle cure, della famiglia, dei servizi, della realtà?
La salute mentale resta una delle grandi emergenze rimosse del nostro tempo. Se ne parla poco, quasi sempre tardi, spesso male. Torna nel discorso pubblico quando diventa cronaca nera, quando ormai non c’è più nulla da prevenire e restano soltanto il dolore, le indagini, le dichiarazioni di circostanza e la ricerca affannosa di una spiegazione.
Occorre essere chiari. Parlare di disagio psichico non vuol dire assolvere nessuno. Non vuol dire cancellare la responsabilità individuale, attenuare la gravità di un reato o mancare di rispetto alle vittime. Vuol dire prendere sul serio ciò che è accaduto e chiedersi quali falle abbiano consentito a una situazione di rischio di maturare nel silenzio.
La grande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è pericolosa. Chi vive una sofferenza psichica, anzi, è spesso più esposto degli altri all’isolamento, allo stigma, alla solitudine, alla perdita del lavoro e alla marginalità. Per questo ogni generalizzazione sarebbe rozza e ingiusta. Ma negare che, in alcuni casi gravi e non adeguatamente seguiti, l’interruzione delle cure possa produrre conseguenze drammatiche sarebbe un’altra forma di irresponsabilità.
Quando una persona fragile smette di curarsi, quando la famiglia non riesce più a contenerne il disagio, quando i servizi territoriali non hanno personale e strumenti sufficienti, quando il Centro di Salute Mentale perde continuità nella presa in carico, si apre una zona grigia. In quella zona possono crescere deliri, paure persecutorie, isolamento, alterazioni della percezione della realtà, impulsività e comportamenti imprevedibili. Non è una teoria per specialisti. È la realtà quotidiana che operatori, medici, famiglie e magistrati conoscono bene.
L’Italia continua invece a trattare la psichiatria territoriale come un settore laterale della sanità, quasi un capitolo tecnico da lasciare agli addetti ai lavori. Ma la salute mentale riguarda la tenuta stessa della comunità. Riguarda la sicurezza delle città, la vita delle famiglie, il lavoro dei medici di base, dei servizi sociali, delle forze dell’ordine, dei pronto soccorso e dei tribunali. Riguarda tutti.
Uno Stato che arriva soltanto dopo il fatto, quando restano l’aggressione, l’arresto e la tragedia, ha già perso una parte essenziale della propria funzione. La prevenzione non nasce nei comunicati del giorno dopo. Nasce nei territori, nei servizi che funzionano, nelle équipe che seguono i casi complessi, nella continuità terapeutica, nella capacità di non far sparire una persona fragile dai radar della sanità pubblica.
Oggi troppe famiglie vengono lasciate sole. Troppi operatori lavorano in condizioni difficili. Troppi Centri di Salute Mentale affrontano situazioni pesantissime con organici insufficienti. Troppi pazienti interrompono le cure senza che vi sia una rete capace di seguirli davvero. Poi, quando qualcosa esplode, tutti scoprono improvvisamente ciò che era già davanti agli occhi.
C’è anche un rischio culturale. Quando il disagio psichico viene rimosso, il vuoto viene riempito da spiegazioni più semplici e più rumorose. Nazionalità, religione, origine familiare e condizione sociale diventano scorciatoie. Ma la malattia mentale non ha passaporto, non ha fede religiosa, non ha appartenenza politica. Può attraversare qualunque vita. Ridurre tutto a una categoria identitaria può servire alla polemica del momento, ma non aiuta a prevenire nulla.
La sicurezza non va contrapposta alla cura. Senza prevenzione sanitaria, senza servizi territoriali, senza presa in carico, anche la sicurezza diventa più fragile. Occorrono investimenti veri nella salute mentale, più personale, un collegamento stabile tra medici di famiglia, psichiatri, servizi sociali, famiglie e istituzioni. Occorrono protocolli chiari per i casi più delicati. Occorre una rete che non aspetti la crisi, ma provi a impedirla.
Anche le parole hanno un peso. Parlare di disturbi psichiatrici non significa trasformare chi commette un reato in una vittima. Significa evitare che la sofferenza mentale venga trattata come un dettaglio, una stranezza, un argomento scomodo da rimuovere. Significa riconoscere che la salute mentale è ormai una questione centrale di sanità pubblica, di civiltà e di sicurezza collettiva.
Se davvero si vuole rispettare il dolore delle vittime, bisogna smettere di usare le tragedie come materiale per la propaganda e iniziare a guardare alle responsabilità del sistema. Ogni persona lasciata scivolare nel silenzio, ogni famiglia lasciata sola, ogni terapia interrotta senza una rete di controllo, ogni servizio pubblico svuotato di risorse rappresenta una possibile sconfitta della prevenzione.
La salute mentale non può essere ricordata solo quando finisce in prima pagina. Un Paese serio non aspetta la tragedia per accorgersi delle sue fragilità. Le vede prima, le cura prima, le segue prima.
Perché quando lo Stato arriva sempre dopo, il prezzo non lo paga la politica. Lo pagano i cittadini, le famiglie, gli operatori e, nei casi più drammatici, le vittime.



