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Scorzonera bianca o Barba di becco per variare la dieta giornaliera

In passato si utilizzavano le verdure selvatiche anche per variare la dieta giornaliera, principalmente a base di pasta, carne e legumi, e perché mancavano le diverse varietà di ortaggi che oggi si trovano in bella mostra nei negozi di frutta e verdura. Questa pratica alimentare si tramandava di generazione in generazione, ma questo patrimonio culturale nei giorni nostri non è praticata come in passato. È un vero peccato perché diversi studiosi hanno evidenziato che le verdure spontanee sono ricche di sali minerali, proteine, un alto tasso di vitamine A, C ed E, nonché notevoli percentuali di fibre, certamente in quantità maggiori rispetto agli ortaggi coltivati.

Una pianta spontanea che si rinviene sulle pendici dell’Etna è la Scorzonera bianca o Barba di becco il cui binomio latino è Tragopogon porrifolius, assegnato da Linneo (Species Plantarum 2: 789; 1753).

Il nome scientifico deriva da una combinazione del nome greco τράγος trágos capro, becco e da πώγων pógon barba; cioè barba di becco, per la somiglianza delle setole del pappo con la barba di un caprone. L’epiteto specifico porrifolius si riferisce alle foglie simili a quelle del porro (Allium porrum L.).

Tragopogon porrifolius, pianta dicotiledone della famiglia Asteraceae, cresce principalmente nel bioma temperato nei luoghi erbosi per lo più umidi. Il suo areale è centrato sulle coste mediterranee, ma con prolungamenti verso nord e verso est. Infatti, si riscontra in Albania, Algeria, Baleari, Stati baltici, Bulgaria, Isole Canarie, Corsica, Isole Egee orientali, Francia, Grecia, Italia, Creta, Libia, Marocco, Penisola balcanica nord-occidentale, Portogallo, Romania, Arabia Saudita, Spagna, Tunisia, Turchia, Ucraina.

È una pianta erbacea biennale, glauca, caratterizzata da una radice a fittone, ingrossata, legnosa, e da uno scapo eretto, alto 60-120 cm, provvisto di foglie lineari, con margine leggermente ondulato e guaina amplessicaule. Durante il secondo anno di vita, tra aprile e giugno, all’apice del fusto, su un peduncolo piuttosto ingrossato, si sviluppa un’infiorescenze a capolino di circa 6-7 cm di diametro, costituito da fiori bruno-violacei. Dopo la fecondazione si forma il frutto che è una cipsela. Si tratta di un frutto indeiscente, formato da un achenio di 35-45(50) mm, eretto, scabro, di colore bruno scuro, con coste spinulose che si assottigliano a formare un becco di 14-24 mm, subcilindrico, alla cui sommità è posto un pappo di setole piumose, disposte ad ombrello, di 25-35 mm.

In Italia volgarmente è nota come Barba di becco violetta, Salsefica, Scorzonera bianca, Scorzobianca, Salsèfica, Salsifì, Raperonzolo selvatico.

Sull’Etna ha nomi diversi secondo le località. A Castiglione è chiamata Pedi di lupu; a Randazzo Barbabecchi; a Maletto Lattaroli; a Linguaglossa Brambascu; a Milo Latti d’aceddu; a Nicolosi Pampasciuscia, Cuttuneddu; a Pedara Stuppacanedda, Erba di S. Petru; a Zafferana Pistalaceddi, Latti d`aceddi.

In tutte queste località si consumano i getti primaverili, formati dal fusto ancora avvolto dalle foglie appressate, che ricordano i turioni dell’Asparago. I giovani getti si cucinano lessati e si condiscono come le altre verdure. In qualche località, come Castiglione, a detta di alcuni, si mangiano anche crudi in insalata per il loro sapore dolciastro.

I getti primaverili si consumano anche in altri territori della Sicilia e in Italia meridionale. In Italia settentrionale si utilizza invece Tragopogon porrifolius L. var. sativus Gater., principalmente per la radice che si presenta piuttosto robusta e carnosa. Essa ha un sapore che ricorda quello della radice di prezzemolo e, secondo alcuni, sembra addirittura quello delle ostriche. Il periodo di raccolta della radice deve precedere la fioritura. Si cucina lessata, alla griglia oppure fritta in pastella e si mangia anche condita con burro o in raffinate ricette con crema e formaggio. La radice può essere anche tagliata in dischetti di 1-2 cm di spessore per essere essiccata al sole e poi conservata sotto vetro, come si fa con i funghi secchi.

In passato, le radici essiccate venivano anche macinate per ricavarne una farina con la quale si confezionavano prodotti da forno, sia salati sia dolci, fra cui i bignè.

La radice tritata e tostata può essere utilizzata come surrogato del caffè.

Le foglie si possono consumare in insalata e anche stufate in padella o usate in minestre e ripieni.

I germogli lessati competono con gli asparagi.

La Scorzonera bianca nella medicina tradizionale è utilizzata per problemi al fegato e alla cistifellea, ittero, arteriosclerosi e ipertensione. La radice della pianta contiene inulina, un polisaccaride utile per i diabetici ed anche con proprietà espettoranti, depurative, diuretiche e sudoripare.

Far bollire la radice in acqua fino a creare un decotto, o uno sciroppo, quindi si somministra come calmante per la tosse.

La ricerca moderna ha esplorato le sue proprietà antiossidanti e antitumorali. L’attività antitumorale degli estratti è stata testata su linee cellulari di osteosarcoma HOS e KHOS. Si è visto che gli estratti hanno indotto la morte cellulare in modo rilevante nelle linee cellulari tumorali KHOS.

Tragopogon porrifolius, pertanto, costituisce una fonte naturale di potenti antiossidanti che possono prevenire molte malattie ed essere potenzialmente utilizzate nell’industria alimentare, cosmetica e farmaceutica.

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