Un’analisi filosofico-politica sulla ricerca di un equilibrio tra innovazione tecnica, identità e senso dell’umano
Una delle contrapposizioni ideologiche più divisive dell’era moderna è quella tra “progresso” e “progressismo”, temi profondamente centrali dell’attuale filosofia politica e sociale.
Ebbene, il progresso è un concreto avanzamento delle condizioni di vita umane, determinato da scoperte mediche, sviluppo tecnologico, riduzione della povertà e incremento delle conoscenze scientifiche. Abbracciare e condividere il progresso significa desiderare ciò che allevia le sofferenze, estende le potenzialità umane e migliora la qualità dell’esistenza.
Di contro, il progressismo costituisce una specifica ideologia politica e filosofica, la cui concretezza confligge con la realtà pratica della vita quotidiana, specie con le abitudini culturali consolidate dalle tradizioni. L’idea è quella d’immaginare un futuro sempre superiore al passato e un cambiamento sociale continuo orientato all’emancipazione dai vincoli tradizionali e alle riforme istituzionali, quasi fosse l’unico motore legittimo della società.
La Dialettica tra Tradizione e Innovazione
I due concetti possono essere accolti o rifiutati per diverse ragioni fondamentali, quali la contrapposizione tra il sospetto verso l’ingegneria sociale e l’apprezzamento dei risultati della tecnologia o della medicina senza condividere la pretesa progressista di poter riprogettare la società o la natura umana sulla base di teorie astratte. Inoltre, può prevalere il valore della tradizione quando invece il progressismo tende a considerare il passato come un insieme di pregiudizi da superare.
Chi ama il progresso senza essere progressista ritiene spesso che le istituzioni, la cultura e le tradizioni ereditate contengano una saggezza accumulata indispensabile per evitare il caos.
Si instaura pertanto un altro concetto basato sulla distinzione tra novità e miglioramento. Per un critico del progressismo, non tutto ciò che è nuovo rappresenta una vera evoluzione positiva e migliorativa e quindi un passo avanti. Pertanto, il progressismo rischia talvolta di scambiare il semplice movimento o l’innovazione per un reale miglioramento morale o civile.
Pensatori molto diversi tra loro hanno tracciato questa linea.
Pier Paolo Pasolini, ad esempio, distingue nettamente tra lo “sviluppo” (la crescita economico-tecnica e consumistica) e il “progresso” (la crescita culturale e umana reale), criticando ferocemente il primo in nome del secondo.
Rifiutare il progressismo non significa voler tornare indietro, ma sostenere che l’innovazione debba essere valutata in base ai suoi risultati effettivi e al rispetto dei valori fondamentali, anziché essere accettata ciecamente solo perché si presenta come nuova.
Per un Riformismo Pragmatico e un Umanesimo Tecnologico
Una conciliazione fra i due concetti si può ottenere allorché il progresso viene dotato di una bussola etica e il progressismo si libera dell’astrattezza per ancorarsi alla realtà.
Ecco dunque che un “riformismo pragmatico” potrebbe unire la spinta all’innovazione scientifica ed economica alle politiche di equità sociale, evitando così le “ingegnerie sociali” utopiche. Ottima mediazione sarebbe la condivisione di un progresso tecnico che fornisce le risorse con un progressismo che riesca a definire come ridistribuire equamente le opportunità.
Si creerebbe così un “umanesimo tecnologico” che dovrebbe applicare le conquiste della scienza e dell’automazione per risolvere le grandi emergenze umane ed etiche come le malattie, la povertà o la crisi climatica, guidando l’innovazione tecnologica con i valori di rispetto della dignità umana e della sostenibilità.
Il “conservatorismo progressista” parte dal presupposto che per preservare le istituzioni e le comunità umane (valori cari a chi diffida dell’ideologia) occorra accogliere il cambiamento, guidando le trasformazioni sociali e tecniche anziché subirle o negarle.
Un sano equilibrio sarebbe quello di raggiungere una sintesi efficace in entrambe le direzioni che potrebbe reggere solo se entrambe le dimensioni filosofico-politiche accettano un ridimensionamento dei propri eccessi:
Il progressismo deve abbandonare l’idea che il passato sia solo un errore da cancellare, riconoscendo il valore della memoria e dei vincoli comunitari;
Il progresso deve abbandonare la deriva meramente tecnocratica o consumistica, evitando di considerare il miglioramento tecnico come un fine in sé, come fosse indipendente dal benessere morale e civile degli individui.
Se questo equilibrio si realizzasse, l’innovazione cesserebbe di essere un meccanismo cieco, divenendo un processo consapevole al servizio della vita umana.
La Sfida dell’Intelligenza Artificiale e il Senso del Limite
Oggi, un’ulteriore spinta alla conciliazione è dettata dalla nuova sfida dell’intelligenza artificiale, tema sul quale l’attuale Papa Leone XIV, nella sua Enciclica “Magnifica Humanitas”, afferma che:
«La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione, dalla capacità di sapersi prendere cura gli uni degli altri come dimensione importante del nostro essere “umani”.»
Questa capacità, per Papa Leone, si apprende e si perfeziona con lʼesperienza: leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio, sono gesti che si vivono in ambiente familiare, ma che ci aiutano ad apprendere e a interiorizzare l’importanza della cura a livello sociale e ci allenano a riconoscere l’altro come persona degna di attenzione. La tecnologia può sostenere anche la cura reciproca tra persone, ad esempio se offre strumenti che aiutano a prevedere e organizzare, ma senza mai esautorare la libertà e il giudizio dell’essere umano, soggetto delle relazioni e responsabile delle decisioni.
Umberto Galimberti ci illumina affermando che la tecnica che diviene protagonista della storia della natura al posto dell’uomo è paragonabile a un’alluvione per la natura stessa piuttosto che a una pioggia abbondante.
Ancora Papa Leone evidenzia come il nostro rapporto con la vita sembra oggi essere in crisi perché tutto ciò che appare come “limiteˮ – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.
Oltre la Cecità Spirituale e il Nichilismo Storico
Viviamo in un tempo di notevole cecità spirituale e culturale. Un falso pragmatismo invita a recidere le radici della memoria, come se si potesse inaugurare una sorta di “nuova creazioneˮ sganciata dal passato; anche chi richiama grandi principi morali può cadere in questo nichilismo storico, illudendosi che le atrocità del XX secolo non possano più ripetersi. In realtà, le medesime dinamiche emergono sotto forme nuove.
La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e “ibrideˮ, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con lʼuso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare lʼopinione pubblica.
Per il filosofo Thomas Hobbes, Etica e Politica si risolvono in un diritto formale e la libertà diventa solo assenza di impedimenti, mentre secondo Immanuel Kant la morale non disciplina come renderci felici ma come renderci degni della felicità. D’altronde, Georg Wilhelm Friedrich Hegel evidenziò come il limite dell’illuminismo fu quello di elevare a verità la ragione stessa.
Dunque, l’esortazione più forte e significativa per raggiungere l’obiettivo della conciliazione fra due concetti filosofici e politici ci giunge ancora da Leone XIV:
«Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra.»
Dario Zappalà – Autore e Saggista



