Non possiamo governare il vulcano, ma possiamo provare a organizzare sempre meglio ciò che accade quando la cenere ferma gli aerei.
In questi due anni, per ragioni di lavoro, sono diventato un pendolare dell’aria. Ho preso decine e decine di voli, attraversato aeroporti grandi e piccoli, vissuto ritardi, cancellazioni, cambi di gate e giornate complicate.
Una cosa l’ho capita: un aeroporto è una macchina organizzativa enorme, molto più complessa di quanto possa apparire a chi arriva, passa i controlli, sale su un aereo e riparte.
Per questo voglio chiarire subito una cosa: non sono un esperto di aeroporti, di aviazione o di gestione delle emergenze. Non conosco tutti i protocolli già esistenti e non ho alcun titolo per spiegare ai professionisti del settore come debbano fare il loro lavoro.
Anzi, facendo il pendolare in questi due anni ho avuto modo di vedere quanto i nostri aeroporti siano organizzati e quante persone lavorino ogni giorno perché tutto funzioni.
Ma proprio perché viaggio tanto, in questi giorni mi sono trovato anch’io in mezzo alle conseguenze dell’attività dell’Etna. Ho visto soprattutto una cosa: quando improvvisamente migliaia di persone non sanno più se partiranno, da dove partiranno, dove dormiranno o come raggiungeranno un altro aeroporto, alla difficoltà oggettiva si aggiunge qualcosa di ancora più pesante: l’incertezza.
E allora provo, da incompetente, a immaginare qualcosa.
Lo chiamerei semplicemente “Protocollo Emergenza Etna”.
Non un altro documento da conservare in qualche ufficio, ma un meccanismo operativo che, quando l’Etna supera determinati livelli di criticità per il traffico aereo, faccia scattare automaticamente una serie di azioni già preparate.
Un’unica cabina di regia
La prima cosa che immagino è una cabina di regia che metta insieme immediatamente tutti gli attori competenti: aeroporti di Catania, Comiso e Palermo, ENAC, compagnie aeree, Protezione Civile, Regione, società di trasporto e chiunque abbia responsabilità operative.
Non tre aeroporti che affrontano separatamente lo stesso problema, ma un sistema aeroportuale siciliano che, durante l’emergenza, ragioni come un’unica rete.
Tre livelli di emergenza
Da semplice cittadino immaginerei tre livelli: giallo, arancione e rosso.
Giallo, quando esiste il rischio concreto che la cenere possa interferire con l’attività aeroportuale: il sistema si prepara.
Arancione, quando iniziano limitazioni significative: vengono predisposti mezzi, personale e possibili aeroporti alternativi.
Rosso, quando l’operatività viene sospesa: a quel punto non si deve più decidere cosa fare. Il piano deve essere già pronto e partire automaticamente.
Naturalmente saranno i tecnici a stabilire criteri, livelli e procedure. Il principio potrebbe essere semplice: prepararsi prima che migliaia di persone si trovino contemporaneamente a cercare una soluzione.
Catania, Comiso e Palermo come un unico aeroporto diffuso
Durante una grave emergenza Etna, immaginiamo per qualche ora Catania, Comiso e Palermo non come tre realtà separate, ma come tre terminal dello stesso grande aeroporto siciliano.
Se un volo destinato a Catania deve arrivare a Comiso o Palermo, dovrebbe contemporaneamente attivarsi il sistema necessario per portare quei passeggeri alla destinazione originaria. E viceversa, se un passeggero deve partire da un altro scalo, dovrebbe sapere immediatamente dove andare e come arrivarci.
Un ponte terrestre dell’emergenza
Immagino accordi stipulati preventivamente con le aziende di trasporto, con mezzi attivabili rapidamente sulle direttrici Catania-Comiso e Catania-Palermo.
Una sorta di ponte terrestre dell’emergenza.
Il passeggero dovrebbe ricevere sul telefono un messaggio semplicissimo: “Il suo volo partirà da Comiso. Autobus dedicato alle ore X dall’area Y”.
Una sola informazione, uguale per tutti
Durante un’emergenza la domanda che senti ripetere centinaia di volte è sempre la stessa: “Adesso cosa dobbiamo fare?”
Immagino quindi una piattaforma unica “Emergenza Etna”, accessibile tramite sito, app o QR code.
Inserisco il numero del mio volo e trovo poche informazioni, ma certe: stato del volo, aeroporto previsto, eventuale trasferimento, punto di raccolta, assistenza disponibile e cosa deve fare il passeggero.
Informazioni disponibili anche in inglese e nelle principali lingue dei turisti che visitano la Sicilia.
Un punto di riferimento per chi è in difficoltà
Chi viaggia spesso riesce in qualche modo a orientarsi. Ma penso a un anziano, a una famiglia con bambini, a una persona con disabilità o a uno straniero che non parla italiano.
Il protocollo potrebbe prevedere punti “Emergenza Etna” immediatamente riconoscibili, con personale dedicato a orientare i passeggeri.
Alberghi e assistenza già inseriti nel piano
Se sappiamo che un’eruzione può determinare la permanenza a terra di migliaia di persone, si potrebbero predisporre preventivamente procedure e accordi con le strutture ricettive.
Non significa modificare responsabilità e obblighi previsti dalla normativa. Significa semplicemente avere una macchina organizzativa pronta, invece di doverla costruire quando l’emergenza è già iniziata.
L’immagine della Sicilia
C’è infine un aspetto che considero particolarmente importante.
Quando uno straniero rimane bloccato in Sicilia, non giudicherà la nostra terra perché l’Etna ha eruttato. Nessuno può attribuire alla Sicilia la responsabilità di un vulcano.
Ricorderà però come è stato assistito mentre il vulcano eruttava.
Immaginiamo un turista che riceva immediatamente informazioni nella propria lingua, venga indirizzato verso un autobus già predisposto, raggiunga l’aeroporto alternativo e sappia sempre cosa sta succedendo.
Probabilmente, tornando a casa, racconterà: “L’Etna ha bloccato l’aeroporto, ma erano organizzati.”
Questa sarebbe una straordinaria immagine della Sicilia.
Una proposta da semplice cittadino
Probabilmente molte delle cose che ho immaginato esistono già. Altre saranno tecnicamente impossibili, altre economicamente difficili. Non ho le competenze per stabilirlo.
Non credo servano polemiche e non credo serva cercare un colpevole ogni volta che l’Etna decide di ricordarci che è un vulcano attivo.
La mia è soltanto la proposta di un cittadino che negli ultimi due anni, facendo il pendolare per lavoro, ha trascorso moltissime ore negli aeroporti e ha potuto constatare quanto siano organizzati e quanto complesso sia il lavoro di chi li fa funzionare.
Forse potremmo mettere intorno allo stesso tavolo le persone che quelle competenze le hanno davvero e porre loro una domanda:
“Se domani mattina l’Etna costringesse nuovamente a fermare centinaia di voli, possiamo fare in modo che ogni soggetto coinvolto e, soprattutto, ogni passeggero sappia già cosa accadrà nei successivi trenta minuti?”
L’Etna non possiamo fermarlo.
Possiamo conoscerlo, rispettarlo e organizzarci sempre meglio per convivere con lui.
E forse proprio la Sicilia, abituata da secoli a convivere con uno dei vulcani più attivi del mondo, potrebbe diventare un modello nella gestione delle emergenze aeroportuali legate all’attività vulcanica.
Non una Sicilia che subisce l’Etna.
Una Sicilia che sa convivere con l’Etna.




