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Farmaci, perché “originale o generico” è una domanda sbagliata

“Preferisce l’originale o il generico?”. È una domanda che molti cittadini si sentono rivolgere al banco della farmacia, spesso in modo quasi automatico. Una formula entrata nel linguaggio comune. Eppure, già nelle parole, contiene un errore.
Non è solo una questione terminologica. È, prima di tutto, un equivoco culturale.
Perché quella domanda suggerisce una scelta che, sul piano scientifico, non esiste: quella tra un farmaco “migliore” e uno “inferiore”. Tra un prodotto autentico e uno che lo sarebbe meno. È un’immagine semplice, intuitiva, ma sbagliata. E proprio per questo pericolosa.
In sanità, le parole non sono mai neutre. Non si limitano a descrivere la realtà: in parte la costruiscono. Orientano la fiducia, influenzano le decisioni, talvolta insinuano dubbi che poi diventano resistenze.
Il termine “originale” nasce da una traduzione approssimativa dell’inglese originator, con cui si indica il medicinale sviluppato per primo e coperto da brevetto. Ma in italiano quella parola porta con sé un significato diverso: evoca autenticità, superiorità, quasi una garanzia implicita. Una sfumatura che la scienza, però, non riconosce.
Anche “generico”, parola ormai entrata nell’uso comune, non è più adeguata. Il lessico corretto parla di medicinali equivalenti. E non è una scelta formale: è una definizione precisa.
Equivalente significa stesso principio attivo, stesso dosaggio, stessa modalità di somministrazione. Ma soprattutto significa stesso effetto terapeutico.
Il punto è tutto qui.
Quando una molecola viene sviluppata, attraversa anni di ricerca, sperimentazioni e verifiche prima di arrivare sul mercato. Per un periodo limitato, generalmente di circa venti anni, è protetta da brevetto. Poi, alla scadenza, anche altre aziende possono produrre farmaci basati su quello stesso principio attivo.
Nascono così i medicinali equivalenti.
Per essere autorizzati devono dimostrare la cosiddetta bioequivalenza, cioè comportarsi nello stesso modo nell’organismo e garantire lo stesso risultato clinico. È su questo criterio che si fonda la loro immissione in commercio, secondo standard definiti dalle autorità regolatorie europee e nazionali.
Le differenze, quando esistono, riguardano aspetti marginali, come gli eccipienti. Non incidono sull’efficacia della terapia, salvo casi particolari.
Eppure il dubbio resta.
Non nasce dai dati, né dalle evidenze scientifiche. Nasce, spesso, dalle parole.
Perché se si parla di “originale” e di “generico”, si introduce una gerarchia che non esiste. Si suggerisce una distanza dove c’è equivalenza. E quella distanza, anche se solo linguistica, diventa percezione.
La differenza di prezzo, poi, alimenta ulteriormente l’equivoco. Ma anche qui la spiegazione è lineare: i medicinali equivalenti costano meno perché non incorporano i costi di ricerca e sviluppo già sostenuti durante il periodo di brevetto, né richiedono investimenti rilevanti in promozione. Non c’è una qualità diversa, c’è un modello economico diverso.
E allora la questione torna lì, al punto di partenza.
Non alla scelta tra due farmaci, ma al modo in cui li raccontiamo.
Continuare a parlare di “originale” e “generico” significa mantenere in vita un fraintendimento che la scienza ha già superato. Significa lasciare spazio a un dubbio che non dovrebbe esistere.
Chiamarli medicinali equivalenti non è una finezza linguistica. È un atto di chiarezza.
Perché in sanità non esistono farmaci di serie A e farmaci di serie B. Esistono cure che funzionano.
E, a volte, basta una parola per fare la differenza.

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