Ogni giorno ci spostiamo per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ospedale o un ambulatorio, fare la spesa, incontrare qualcuno. Sono gesti così abituali che raramente ci fermiamo a pensare a quanto il modo in cui ci muoviamo possa incidere sulla nostra salute e sulla qualità della nostra vita.
La Settimana Europea della Mobilità, in programma dal 16 al 22 settembre, è una buona occasione per farlo. Quest’anno il tema “Mobility for Everyone” richiama l’attenzione sull’equità tra generazioni e su un principio che dovrebbe apparire scontato, ma che nella realtà non sempre lo è. Una città deve poter essere vissuta e attraversata da tutti, indipendentemente dall’età e dalle condizioni personali.
La mobilità, dunque, non è soltanto una questione di traffico.
Una città nella quale si può camminare in sicurezza, utilizzare una bicicletta senza affrontare rischi evitabili, raggiungere facilmente una fermata dell’autobus o arrivare a un servizio sanitario senza essere obbligati a utilizzare l’automobile è anche una città che tutela meglio le persone.
Camminare e andare in bicicletta, quando le distanze e le condizioni individuali lo permettono, sono modi semplici per inserire il movimento nella vita quotidiana. Ma sarebbe troppo facile chiedere semplicemente ai cittadini di lasciare l’auto a casa. Prima bisogna metterli nelle condizioni di poterlo fare.
Servono trasporti pubblici efficienti, marciapiedi percorribili, attraversamenti sicuri, piste ciclabili realmente utilizzabili, illuminazione e manutenzione. Senza queste condizioni, la libertà di scegliere come muoversi rimane spesso soltanto teorica.
E poi c’è la sicurezza, che non può essere considerata un aspetto secondario.
Nel 2025 in Italia si sono verificati 177.207 incidenti stradali con lesioni alle persone. Hanno provocato 2.868 morti e 237.822 feriti. Nello stesso anno sono state 253 le vittime complessive tra ciclisti, utilizzatori di biciclette elettriche e conducenti di monopattini elettrici, il 21,6% in più rispetto al 2024.
Sono numeri che dicono una cosa molto semplice. Non possiamo promuovere biciclette, micromobilità e spostamenti a piedi senza rendere contemporaneamente più sicure le nostre strade. Sostenibilità e sicurezza devono procedere insieme.
C’è poi un altro aspetto di cui si parla meno, quello dell’accesso ai servizi sanitari.
Per una persona anziana, per chi ha una disabilità, per una famiglia che non possiede un’automobile o per chi vive in una zona poco servita, raggiungere un ospedale, un ambulatorio o un centro diagnostico può essere tutt’altro che semplice. Una fermata inaccessibile, un collegamento insufficiente o una distanza difficile da coprire possono trasformarsi in ostacoli molto concreti.
Dovremmo allora cominciare a considerare anche il viaggio verso il luogo di cura come parte dell’accessibilità sanitaria. Non basta chiedersi se una prestazione sia disponibile e in quali tempi. Dovremmo chiederci anche quanto sia realmente possibile raggiungerla.
Una visita accessibile sulla carta può diventare molto meno accessibile nella vita reale se per arrivarci servono un’automobile, diversi cambi di mezzo o un percorso difficilmente affrontabile da una persona con problemi di mobilità.
Per questo la raggiungibilità reale dei servizi sanitari dovrebbe assumere un peso sempre maggiore nella programmazione. Non basta sapere dove si trova un ospedale, un ambulatorio o un centro diagnostico. Occorre considerare anche quanto tempo serve per raggiungerlo, quali collegamenti esistono e se siano concretamente utilizzabili da anziani, persone con disabilità e cittadini che vivono nelle aree meno servite.
Mobilità e sanità, da questo punto di vista, non sono due mondi separati.
Anche l’ambiente nel quale viviamo conta. Ridurre la dipendenza dall’automobile e sviluppare sistemi di trasporto più sostenibili può contribuire a intervenire sul traffico, sull’inquinamento, sul rumore e sull’uso degli spazi urbani. Una strada non dovrebbe essere pensata soltanto come un luogo nel quale far scorrere il maggior numero possibile di veicoli. È uno spazio condiviso da persone che camminano, lavorano, vivono e si incontrano.
I numeri mostrano quanto sia ancora lunga la strada. Nel primo semestre del 2025 l’automobile rappresentava il 60,8% degli spostamenti e in Italia si contavano 709 autovetture ogni mille abitanti. Biciclette e micromobilità, nello stesso periodo, hanno raggiunto complessivamente il 5,2% degli spostamenti, superando per la prima volta la soglia del 5%.
Qualcosa sta cambiando. Ma il cambiamento va accompagnato.
Un bambino deve poter andare a scuola in sicurezza. Un lavoratore deve avere un’alternativa credibile all’automobile. Una persona anziana deve poter raggiungere una fermata senza affrontare un percorso a ostacoli. Chi ha una disabilità deve poter utilizzare mezzi e infrastrutture con la maggiore autonomia possibile.
È questo, a mio avviso, il punto centrale. La mobilità è davvero sostenibile quando diventa una possibilità concreta per tutti e non un’opportunità riservata soltanto a chi vive nel quartiere giusto o dispone già delle alternative necessarie.
Per questo sarebbe un errore considerare la Settimana Europea della Mobilità come una parentesi destinata a chiudersi il 22 settembre. Le campagne di sensibilizzazione sono utili, ma acquistano valore soprattutto quando lasciano qualcosa dopo di sé. Un collegamento migliore, un attraversamento più sicuro, una barriera eliminata, un percorso ciclabile finalmente utilizzabile.
La salute, del resto, non comincia sulla porta di un ospedale. Comincia molto prima. Nell’aria che respiriamo, nelle strade che percorriamo, nella possibilità di muoverci in autonomia e nella sicurezza con cui possiamo raggiungere i luoghi della nostra vita.
Una città che ci permette di muoverci meglio non è soltanto più sostenibile. È una città che si prende più cura delle persone.



