lunedì, Settembre 7, 2026
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Pronto Soccorso, non basta coprire i turni

Quando si parla della crisi dei Pronto soccorso italiani, il punto di partenza sono quasi sempre i numeri. Quanti medici mancano, quanti turni restano scoperti, quante assunzioni servirebbero per garantire organici adeguati.
È giusto parlarne. Senza personale sufficiente nessun Pronto soccorso può funzionare bene. Ma c’è un’altra domanda che merita la stessa attenzione. Non quanti medici sono presenti in un turno, ma quali competenze sono realmente disponibili in quel momento.
Perché coprire un turno e garantire un turno sicuro non sono necessariamente la stessa cosa.
L’emergenza-urgenza è uno degli ambiti più complessi della medicina. Chi lavora in Pronto soccorso deve spesso decidere in poco tempo e con informazioni ancora incomplete. Deve stabilire le priorità, riconoscere un quadro grave anche quando i sintomi non sono evidenti e gestire più criticità contemporaneamente.
In situazioni del genere l’esperienza conta. Non come semplice anzianità di servizio, ma come patrimonio professionale costruito negli anni attraverso casi affrontati, decisioni prese e capacità di governare l’incertezza.
È un patrimonio che rischiamo di sottovalutare quando affrontiamo la carenza di personale soltanto come un problema quantitativo.
I giovani medici sono indispensabili. Devono entrare nei Pronto soccorso, fare esperienza, assumere progressivamente responsabilità e diventare i professionisti esperti di domani. Ma devono poter crescere accanto a chi quell’esperienza l’ha già maturata.
La difficoltà nel trovare personale non può trasformare chi è all’inizio del proprio percorso nel sostituto di professionalità costruite in anni di lavoro nell’emergenza. Non tutelerebbe né i pazienti né gli stessi giovani medici, ai quali verrebbero affidate responsabilità molto pesanti senza garantire sempre quel confronto professionale che nei casi più complessi può fare la differenza.
Non si tratta quindi di scegliere tra giovani ed esperti. Si tratta di farli lavorare insieme.
Anche il quadro giuridico offre una chiave di lettura importante. Il nostro ordinamento considera la sicurezza delle cure parte costitutiva del diritto alla salute e la collega anche all’utilizzo appropriato delle risorse strutturali, tecnologiche e organizzative. La sicurezza dell’assistenza, dunque, non dipende soltanto dalla preparazione del singolo professionista. Dipende anche da come il sistema organizza il lavoro e mette le persone nelle condizioni di operare.
In Pronto soccorso questo principio diventa molto concreto.
Due turni con lo stesso numero di medici possono avere capacità di risposta molto diverse. Contano le competenze presenti, l’esperienza maturata, la possibilità di confrontarsi rapidamente e la capacità dell’équipe di affrontare più emergenze nello stesso momento.
È su questo terreno che la programmazione sanitaria potrebbe fare un passo avanti.
Accanto agli standard quantitativi dovremmo ragionare in maniera più strutturata anche sulla composizione delle équipe. Non basta stabilire quanti professionisti servono. Occorre chiedersi quale insieme di competenze ed esperienza debba essere garantito nei diversi turni, tenendo conto del livello della struttura, dei volumi di attività e della complessità dei pazienti trattati.
In organizzazione sanitaria si parla di skill mix. Al di là della definizione tecnica, il concetto è semplice. Un’équipe non è adeguata soltanto perché raggiunge un determinato numero di componenti. Deve possedere, nel suo insieme, le competenze necessarie per rispondere alle situazioni che è chiamata ad affrontare.
Per questo trattenere i medici esperti nei Pronto soccorso dovrebbe essere una priorità. Quando uno di loro lascia l’emergenza non perdiamo soltanto una unità di personale. Perdiamo esperienza clinica, capacità decisionale e una parte di quella trasmissione di conoscenze che permette ai colleghi più giovani di crescere.
Una nuova assunzione può colmare rapidamente un vuoto in organico. Per costruire esperienza, invece, servono anni.
La carenza di personale rimane uno dei problemi più seri dell’emergenza-urgenza e aumentare gli organici è indispensabile. Ma alla domanda su quanti medici servano dobbiamo ormai affiancarne un’altra, forse ancora più difficile. Quali competenze devono essere garantite, in ogni turno, perché quell’équipe sia realmente adeguata alla complessità che deve affrontare?
È una questione di organizzazione, ma prima ancora di sicurezza delle cure.
Quando arriva un’emergenza vera, al paziente non interessa sapere se sulla carta il turno è coperto. Ha bisogno di trovare professionisti capaci di capire, decidere e intervenire quando non c’è tempo da perdere.

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