Non mi sarei mai occupato di scrivere di giustizia e sentenze se l’argomento che stavolta mi spinge a farlo non riguardasse trentuno anni della storia politico-giudiziaria della nostra Repubblica, di notevole rilevanza dopo quella che fu già “mani pulite”.
Con sentenza del 21 ottobre 2025, la Cassazione ha definito, assolvendolo, “illogico” il castello accusatorio contro Marcello Dell’Utri e le sue presunte trame con Silvio Berlusconi e la mafia.
Per lunghi anni, i due grandi amici hanno subito processi mediatici e condanne morali inimmaginabili, con persecuzioni politico-giudiziarie (Dell’Utri ha conosciuto pure l’affronto della carcerazione per quasi cinque anni) che hanno segnato pure la carriera politica di un grande imprenditore che ha voluto prestare la sua opera, sindacabile purché non preconcetta, a un paese che amava.
Ebbene, da qualsiasi parte si guardi alla vicenda, che ha visto mettere la parola “fine” sul procedimento giudiziario, occorre decidersi se professarsi garantisti o manifestarsi giustizialisti.
I ragionamenti ondivaghi e faziosi non possono appartenere alle persone serie e ragionevoli, qualsiasi credo politico professino, poiché occorre decidersi se fidarsi ed affidarsi a questa giustizia, malgrado tutto, oppure dileggiarla ogni qual volta deliberi a favore di un imputato che susciti sentimenti d’inimicizia o disapprovazione.
Certa retorica e certa narrazione ricade sugli stessi individui che la alimentano, specie quando all’estero considerano gli italiani tutti mafiosi e pertanto inaffidabili e pericolosi.
Mi perdonerà adesso l’amico e collega Nino Rizzo se con la mente vado alla sua brutale esperienza giudiziaria, con relativa assurda reclusione, citandola come esempio di subdolo preconcetto che induce ogni individuo a presupporre che un indagato sia già colpevole e meritevole di condanna e mi chiedo quanti di coloro che mi leggeranno non hanno sùbito pensato a un comportamento doloso e quindi “criminale” da parte di un collega che svolgeva semplicemente il proprio dovere professionale con puntiglio e premurosità nei confronti di soggetti fragili e bisognosi, affinché fosse loro riconosciuto un sacrosanto diritto, pur muovendosi nei meandri di quel tortuoso terreno che delimita il lecito e lo sconveniente, ma con la coscienza di chi crede nella giustizia e il coraggio di chi esercita la propria autorevolezza deontologica e professionale.
Analogamente, non v’è dubbio che chi avesse inviso Berlusconi adesso manifesta le sue immotivate e mai documentate perplessità su una sentenza che deve solo essere accettata e rispettata perché la storia lo farà e non ne sarà partecipe chi vorrà estraniarsi.
Aggiungo un particolare che forse sfugge ai più: spesso, certe sentenze ci fanno discutere, arricciare il naso ma anche riflettere poiché i grandi magistrati, nell’applicare la legge, esprimono riflessioni profonde, etiche, morali e sociali, tali da motivare magistralmente
le decisioni finali con un costrutto lineare, dettato soprattutto da una logica che veleggia e troneggia sopra tutte le parti in causa, suscitando, in ognuno che abbia voglia di comprendere e imparare, una personale autocritica sulle distorsioni attraverso le quali le vicende giudiziarie vengono altrimenti valutate.
Ecco, nella sentenza di assoluzione per Dell’Utri (e Berlusconi), i giudici della Cassazione, massimo organo giudicante, hanno definito “illogico” tutto l’elaborato processuale che produsse la prima condanna; pertanto una domanda mi sorge spontanea, e quindi chiudo con un dubbio, manifestando così anch’io, da uomo imperfetto, il mio retropensiero: ma sono tutti i giudici ad avere la capacità di applicare la logica o, forse, qualcuno ad arte non la esercita?
La logica e la Giustizia
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