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Bullismo, le ferite invisibili dei ragazzi

Il disagio di un bambino o di un adolescente non si manifesta sempre attraverso una richiesta di aiuto. Talvolta emerge da un silenzio insolito, dalla difficoltà a frequentare la scuola, da un cambiamento nelle abitudini o dal progressivo allontanamento dai coetanei. Sono segnali che possono avere origini diverse, ma che, in alcuni casi, nascondono esperienze di prevaricazione difficili da raccontare.
Oggi, 5 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza e il bullismo a scuola, compreso il cyberbullismo, è importante richiamare l’attenzione su un fenomeno che coinvolge la salute psicologica, la qualità delle relazioni e il processo attraverso il quale bambini e adolescenti costruiscono la propria identità.
Il bullismo si distingue dai comuni conflitti tra coetanei per la presenza di comportamenti aggressivi intenzionali e ripetuti, accompagnati da uno squilibrio di potere. Offese sistematiche, umiliazioni, minacce ed esclusioni dal gruppo possono compromettere il senso di sicurezza di chi le subisce, alimentando una vulnerabilità che spesso sfugge allo sguardo degli adulti.
Uno degli aspetti psicologicamente più rilevanti riguarda la percezione del proprio valore. Durante la crescita, il riconoscimento dei coetanei contribuisce alla formazione dell’immagine di sé. Quando un ragazzo viene ripetutamente svalutato, può arrivare a considerare credibili i giudizi negativi ricevuti, fino a farli propri. L’offesa, inizialmente vissuta come un’aggressione esterna, rischia così di trasformarsi in un sentimento persistente di inadeguatezza.
Le conseguenze possono manifestarsi attraverso ansia, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno, disturbi fisici ricorrenti e isolamento. In alcune situazioni possono emergere sintomi depressivi o uno stato di continua allerta. Nessuna di queste manifestazioni, considerata isolatamente, dimostra l’esistenza di una situazione di bullismo. La loro comparsa, soprattutto quando modifica sensibilmente le abitudini del ragazzo, richiede tuttavia attenzione e un’adeguata valutazione.
Il silenzio rappresenta una delle dimensioni più delicate di questa esperienza. Chi subisce prepotenze può temere di non essere creduto, di esporsi a nuove umiliazioni o di peggiorare la propria situazione chiedendo aiuto. Talvolta, la ripetizione delle offese favorisce un processo di autosvalutazione che porta a sentirsi responsabili di quanto accade. Quando prevale la convinzione che nessuno possa intervenire efficacemente, la richiesta di sostegno diventa ancora più difficile.
Nell’ambiente digitale, queste dinamiche assumono caratteristiche particolarmente complesse. Il cyberbullismo può oltrepassare i confini della scuola e raggiungere la persona in qualsiasi momento. La diffusione di immagini, messaggi o contenuti offensivi, insieme alla possibilità che continuino a circolare nel tempo, può alimentare la percezione di un’esposizione costante, compromettendo il senso di sicurezza anche negli ambienti familiari.
Il bullismo coinvolge anche il gruppo dei coetanei. L’approvazione, la partecipazione o il silenzio degli spettatori possono contribuire al mantenimento delle prepotenze. Al contrario, la presenza di compagni capaci di prendere le distanze dai comportamenti aggressivi e di coinvolgere gli adulti rappresenta un importante fattore di protezione.
Anche chi esercita bullismo deve essere coinvolto in interventi educativi adeguati. Non tutti i comportamenti aggressivi derivano da difficoltà psicologiche individuali, poiché possono incidere anche modelli relazionali appresi, dinamiche di gruppo e modalità disfunzionali di ricerca del riconoscimento sociale. Comprendere questi fattori non significa giustificare le condotte, ma favorire l’assunzione di responsabilità e il cambiamento.
Famiglia e scuola svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione. Gli adulti devono saper riconoscere i segnali di disagio, accogliere le confidenze senza minimizzare e intervenire tempestivamente. Quando un ragazzo racconta di subire prepotenze, è importante ascoltarlo senza sottoporlo a interrogatori insistenti, evitare reazioni impulsive e individuare le misure necessarie per proteggerlo. Nei casi che lo richiedono, il coinvolgimento di professionisti qualificati può favorire l’elaborazione dell’esperienza e il recupero della fiducia nelle proprie risorse.
La prevenzione richiede continuità. Educare al rispetto, promuovere competenze emotive e relazionali e intervenire sulle dinamiche di esclusione significa costruire ambienti nei quali la sicurezza psicologica diventi parte integrante dell’esperienza quotidiana.
È importante ricordare che il bullismo non determina inevitabilmente conseguenze permanenti. La presenza di adulti affidabili, relazioni positive e interventi appropriati può contribuire a ridurre il disagio e favorire il recupero del benessere.
Come psicologa, ritengo che uno degli aspetti più importanti della prevenzione sia riconoscere il disagio prima che assuma manifestazioni più gravi. Non sempre un bambino riesce a spiegare ciò che sta vivendo e non sempre un adolescente trova il coraggio di chiedere aiuto. La responsabilità degli adulti non consiste soltanto nell’intervenire quando il problema emerge, ma anche nel creare le condizioni affinché possa essere raccontato.
Contrastare il bullismo significa proteggere la salute psicologica dei più giovani e promuovere una cultura nella quale il rispetto della persona non dipenda dal giudizio o dall’approvazione del gruppo.
La differenza, spesso, comincia dalla presenza di un adulto capace di ascoltare, riconoscere la sofferenza e trasformare una richiesta di aiuto in una risposta concreta.

La psicologa Emilia Grasso

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