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Il diritto di respirare

Stabilire limiti più severi all’inquinamento atmosferico è necessario. Ma una legge, da sola, non rende l’aria più pulita. Occorrono risorse, interventi e responsabilità precise. È su questa distanza tra gli obiettivi dichiarati e la loro concreta attuazione che si gioca una parte importante della tutela della salute.
Il confronto sullo schema di decreto legislativo destinato a recepire la direttiva europea 2024/2881 ne offre un esempio significativo. Il 20 ottobre le Regioni hanno espresso all’unanimità parere contrario in Commissione Ambiente, Energia e Sostenibilità, sollevando criticità relative ai finanziamenti e alla distribuzione delle responsabilità tra Stato e amministrazioni regionali.
Non è ancora una bocciatura definitiva del provvedimento, ma un segnale che merita attenzione. Perché dietro una controversia apparentemente amministrativa si nasconde una domanda molto concreta: chi garantirà che i nuovi limiti siano effettivamente rispettati?
Entro il 2030 l’Unione europea prevede una significativa riduzione dei valori limite annuali di alcuni tra i principali inquinanti atmosferici. Per il particolato fine PM2,5 il limite passerà da 25 a 10 microgrammi per metro cubo; per il PM10 e il biossido di azoto scenderà da 40 a 20.
Non sono numeri riservati agli specialisti. Riguardano la salute di chi vive nelle città congestionate dal traffico, nelle aree industriali e nei territori maggiormente esposti alle emissioni. L’inquinamento atmosferico contribuisce allo sviluppo e all’aggravamento di malattie respiratorie e cardiovascolari, con conseguenze particolarmente rilevanti per bambini, anziani e persone affette da patologie croniche.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, nel 2023 nell’Unione europea si stimano circa 182.000 decessi prematuri attribuibili all’esposizione prolungata al PM2,5 oltre i livelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità. È una stima epidemiologica, non il conteggio di singoli decessi clinicamente accertati. Resta comunque un dato che restituisce la gravità del problema.
Eppure, nel dibattito pubblico, la qualità dell’aria continua a essere trattata prevalentemente come una questione ambientale. Dovremmo considerarla anche per ciò che rappresenta: una componente essenziale della prevenzione sanitaria.
La Costituzione tutela l’ambiente all’articolo 9 e riconosce la salute come diritto fondamentale all’articolo 32. Sono disposizioni che richiamano le istituzioni a una responsabilità che non può esaurirsi nell’approvazione di nuove norme.
Le obiezioni avanzate dalle Regioni devono essere valutate con attenzione. Se gli obiettivi europei comportano nuovi impegni amministrativi, sistemi di controllo e interventi strutturali, occorre chiarire come sostenerli economicamente e quali responsabilità spettino ai diversi livelli istituzionali.
Questo non significa che ogni richiesta di finanziamento debba essere automaticamente accolta, né che le difficoltà economiche possano giustificare ritardi indefiniti. Significa riconoscere che una politica ambientale credibile deve prevedere strumenti proporzionati ai risultati che intende conseguire.
C’è poi un aspetto che considero particolarmente importante: l’inquinamento non colpisce tutti nelle stesse condizioni.
Chi dispone di maggiori possibilità economiche può, almeno in alcuni casi, scegliere abitazioni meno esposte al traffico o trasferirsi in zone ambientalmente più favorevoli. Per molte famiglie queste alternative semplicemente non esistono. Le disuguaglianze economiche possono così tradursi anche in una diversa esposizione ai rischi ambientali.
La qualità dell’aria diventa, inevitabilmente, una questione di equità sanitaria.
La nuova direttiva europea rafforza già gli strumenti di monitoraggio, informazione pubblica e pianificazione. La sfida non è inventare altri adempimenti, ma rendere quelli previsti realmente utili ai cittadini.
Per questo ritengo necessario collegare in modo più trasparente le risorse utilizzate, gli interventi realizzati e i miglioramenti effettivamente registrati nella qualità dell’aria. A questi dati dovrebbe affiancarsi, con metodi scientificamente appropriati, una valutazione dell’andamento degli indicatori sanitari nelle popolazioni maggiormente esposte.
Non per attribuire automaticamente ogni variazione delle condizioni di salute a un singolo intervento ambientale, ma per comprendere meglio dove la prevenzione funziona e dove occorre correggere le politiche adottate.
Il passaggio previsto il 22 ottobre in Conferenza Unificata rappresenta un’occasione per affrontare le questioni ancora aperte. Sarà importante che il confronto non si riduca a stabilire chi debba sostenere i costi, ma chiarisca anche come raggiungere concretamente gli obiettivi.
Ridurre l’inquinamento richiede tempo, investimenti e decisioni che coinvolgono trasporti, industria, energia e organizzazione delle città. Nessuna soluzione può ignorare le conseguenze economiche e sociali di queste scelte. Ma la complessità non deve diventare un alibi per l’inazione.
Una politica ambientale non si giudica dalla severità dei limiti che promette, ma dalla quantità di inquinamento che riesce realmente a ridurre.
È su questo risultato, prima ancora che sugli annunci, che le istituzioni dovrebbero essere chiamate a rispondere.
Perché respirare aria meno inquinata non dovrebbe essere una possibilità riservata a chi può permettersi di scegliere dove vivere.

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