mercoledì, Giugno 17, 2026
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Il disagio dei giovani è una ferita sociale che non possiamo più ignorare

La società continua a commettere un errore, quello di accorgersi del disagio dei giovani solo quando diventa clamoroso, quando rompe il silenzio con episodi estremi, quando non è più possibile fingere di non vedere. Eppure quel disagio esiste molto prima. Cresce lentamente, prende forma nella solitudine, nell’ansia, nel senso di inadeguatezza, nella paura del futuro, nella fatica di reggere pressioni sempre più pesanti. Si insinua nella quotidianità e finisce quasi per apparire normale. Ed è proprio questa normalizzazione il segnale più preoccupante.
Il malessere psicologico che coinvolge tanti ragazzi e tante ragazze non è una moda, non è una fragilità da liquidare con superficialità, non è una debolezza generazionale. È lo specchio di un tempo complesso, duro, spesso spietato, nel quale le nuove generazioni si trovano a crescere tra aspettative altissime e punti di riferimento sempre più fragili. Da una parte c’è la pressione a essere sempre all’altezza. Dall’altra c’è una realtà che offre troppo spesso incertezza, precarietà, isolamento, relazioni più difficili e spazi di ascolto insufficienti.
I numeri confermano questo quadro, ma prima ancora dei dati parlano le vite reali. Parlano i ragazzi che si chiudono in se stessi, che smettono di esprimere il proprio malessere, che si convincono di dover affrontare tutto da soli. Parlano le famiglie, che spesso faticano a trovare strumenti adeguati. Parlano le scuole, sempre più spesso lasciate ad affrontare da sole fragilità profonde che richiederebbero una rete più ampia, più strutturata, più presente.
In questo scenario, i social network non sono l’unica causa, ma sono certamente uno dei fattori che amplificano il disagio. Il confronto permanente, il bisogno di apparire, la pressione della prestazione, l’illusione di modelli irraggiungibili hanno reso ancora più difficile il rapporto con se stessi. Per molti giovani la vita sembra svolgersi in una vetrina continua, nella quale ogni insicurezza si amplifica e ogni fragilità rischia di trasformarsi in vergogna.
È qui che la salute mentale smette di essere un tema da confinare nello spazio privato e diventa una grande questione pubblica. Quando il malessere riguarda in modo così esteso le nuove generazioni, la risposta non può essere affidata solo alla sensibilità individuale o al sacrificio delle singole famiglie. Servono ascolto, prevenzione, servizi accessibili, presìdi territoriali, adulti capaci di esserci davvero. Serve soprattutto la volontà di considerare questa sofferenza per ciò che è, un problema sociale che chiama in causa tutti.
Su questo fronte il Codacons ritiene doveroso mantenere alta l’attenzione. Tutelare i cittadini significa anche difendere i più giovani in una fase della vita in cui la fragilità non può essere ignorata né trattata come un fatto secondario. Non si tratta di invadere ambiti clinici o specialistici, ma di richiamare con forza la necessità di una responsabilità collettiva, perché il benessere psicologico dei ragazzi riguarda la qualità civile del Paese e il suo futuro.
Continuare a intervenire solo quando il disagio esplode significa arrivare tardi. La vera sfida è riconoscerlo prima, leggerlo prima, affrontarlo prima. Una società matura non aspetta che il dolore diventi irreparabile per accorgersi dei propri figli. Li ascolta, li accompagna, costruisce strumenti adeguati, crea condizioni di sostegno reale. Tutto il resto non basta.
La salute mentale dei giovani non può più essere considerata un tema laterale. È una priorità sociale, educativa e civile. E il modo in cui sapremo affrontarla dirà molto di ciò che siamo e, soprattutto, di ciò che vogliamo diventare.

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