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Riconosciuto il ruolo del caregiver familiare, una riforma attesa da anni

Dopo anni di attese e riconoscimenti frammentati, il caregiver familiare entra finalmente nel sistema normativo italiano. Con l’approvazione del disegno di legge da parte del Consiglio dei ministri, avvenuta lo scorso 12 gennaio, si avvia l’iter parlamentare di una riforma attesa da tempo da migliaia di famiglie che garantiscono ogni giorno assistenza continuativa a persone non autosufficienti, svolgendo un ruolo essenziale nella tenuta del sistema di welfare.
Il 2026 si delinea come un anno di svolta, ma anche di passaggio. Il provvedimento non si limita a introdurre un sostegno economico, ma definisce per la prima volta in modo organico la figura del caregiver familiare, superando una lunga fase di riconoscimenti informali e disomogenei sul territorio nazionale.
Sulla portata della riforma interviene SIMITU (Associazione Nazionale per i Diritti dei Pazienti Affetti da Ulcere Cutanee) da anni impegnata nella tutela dei pazienti fragili e delle loro famiglie. Per il presidente nazionale dott. Michele Vernaci, il riconoscimento del caregiver familiare rappresenta un passaggio atteso e significativo, pur non esaurendo le criticità ancora presenti nel testo.
Il disegno di legge introduce un sistema a fasce che distingue tra caregiver prevalente e altre forme di assistenza, prevedendo tutele differenziate in base all’intensità dell’impegno assistenziale. Per il caregiver convivente prevalente che assiste una persona con disabilità grave per almeno 91 ore settimanali è previsto un contributo massimo di 1.200 euro trimestrali, pari a circa 400 euro al mese. L’accesso al beneficio è subordinato a requisiti economici stringenti, tra cui un reddito annuo da lavoro non superiore a 3.000 euro e un ISEE familiare fino a 15.000 euro. Il contributo risulta compatibile con l’Assegno per i figli, con l’Assegno di inclusione e con le eventuali misure regionali già in vigore.
Accanto al sostegno economico, il testo prevede alcune tutele sul piano lavorativo, come il diritto al congedo parentale per l’assistenza a minori di 18 anni, esteso anche ai genitori non conviventi, e la possibilità di usufruire di ferie e permessi solidali messi a disposizione dai colleghi dello stesso datore di lavoro.
Restano tuttavia criticità rilevanti. In particolare, l’utilizzo dell’ISEE familiare come criterio di accesso viene ritenuto limitante, poiché non consente di valutare la reale condizione economica personale del caregiver né la sua autonomia di sostentamento. Critico anche il tetto di 3.000 euro di reddito annuo da lavoro, che rischia di penalizzare chi continua a svolgere un’attività lavorativa, spesso riducendo l’orario o ricorrendo al part-time per conciliare assistenza e occupazione. Un’impostazione che finisce per privilegiare i soli inoccupati, nonostante la realtà dimostri come molti caregiver mantengano un lavoro per evitare l’esclusione sociale ed economica.
Sul fronte previdenziale, il nodo resta irrisolto. Per SIMITU è necessario riconoscere una contribuzione figurativa per i caregiver non lavoratori, commisurata al tempo dedicato alla cura, e garantire maggiore flessibilità in uscita dal lavoro per i caregiver occupati, così da evitare che l’assistenza continuativa si traduca in una penalizzazione permanente sul piano pensionistico.
Secondo Vernaci, il riconoscimento normativo rappresenta dunque un primo passo, ma non ancora sufficiente:
“Il riconoscimento normativo è un passo avanti importante ma non ancora sufficiente. In sede di conversione in legge è necessario intervenire per superare le criticità emerse affinché la tutela del caregiver familiare sia piena, equa e realmente proporzionata al ruolo fondamentale che questa figura svolge nella cura delle persone più fragili”.

 

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