mercoledì, Giugno 17, 2026
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“Figli rubati”, il libro sul dolore invisibile dei minori

Ci sono libri che affrontano un tema e altri che riescono a dare nome a una ferita. “Figli rubati. Il bosco dell’angoscia” di Federica Guagliardo, psicologa psicoterapeuta, appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto un libro sull’allontanamento dei minori dalla famiglia d’origine, ma un’opera che restituisce il peso umano, psichico e morale di una decisione che, pur inscritta nel linguaggio della tutela, può incidere in modo irreversibile sulla vita affettiva di un bambino.
Il libro si colloca nel solco del saggio clinico-giuridico e intreccia esperienza professionale, riferimenti teorici, quadro normativo e testimonianze dirette.
Il merito più evidente dell’opera è quello di collocarsi in un punto difficile, dove diritto, psicologia e responsabilità istituzionale si toccano senza mai coincidere del tutto. Guagliardo si muove lungo il crinale che separa la protezione necessaria dall’intervento sproporzionato, il dovere di tutela dalla possibilità che la tutela stessa si trasformi in trauma. È qui che il libro trova il suo nucleo più problematico e, insieme, più vivo: nella domanda, continuamente riaffiorante, su che cosa significhi davvero proteggere un minore e su quanto il principio del suo bene rischi di irrigidirsi in una formula se viene sottratto alla concretezza dell’esperienza emotiva.
L’impianto del libro è ampio e dichiarato. L’opera tiene insieme le conseguenze psicologiche sui genitori e sui bambini, il ruolo delle comunità, l’incertezza come secondo trauma, il tempo sospeso, la violenza istituzionale, le difese del sistema, il trauma del rientro, il quadro normativo e una proposta operativa di cambiamento. Non siamo, dunque, davanti a una semplice meditazione sul dolore, ma a un libro che ambisce a leggere l’allontanamento come un fenomeno insieme clinico, relazionale, giuridico e istituzionale.
Anche il sottotitolo, “Il bosco dell’angoscia”, possiede un valore che va oltre la semplice evocazione. Richiama uno spazio psichico fitto, ambiguo, perturbante, nel quale si agitano non soltanto il dolore dei bambini e la disperazione dei genitori, ma anche le angosce degli operatori e le difese collettive del sistema. È una metafora strutturale, non ornamentale, che rivela bene l’ambizione del libro: non fermarsi alla superficie narrativa dei casi, ma interrogare i meccanismi profondi, talvolta inconsci, che possono agire dietro decisioni assunte in nome della protezione.
Naturalmente, è proprio qui che l’opera espone anche il suo profilo più scoperto. “Figli rubati. Il bosco dell’angoscia” è un libro intensamente partecipe, a tratti apertamente schierato, che adotta una prospettiva fortemente centrata sul trauma dell’allontanamento e sul vissuto di chi lo subisce. In questo senso, il suo tono non è quello della neutralità accademica, ma quello di una scrittura che vuole intervenire, porre domande, denunciare il rischio che procedure nate per difendere possano, in alcuni casi, lasciare fratture permanenti. Questa esposizione costituisce, anzi, una parte rilevante della sua forza morale e della sua riconoscibilità.
Ciò che resta, alla fine, è soprattutto la serietà della domanda che il libro consegna al lettore. Non se la tutela sia necessaria, perché l’autrice stessa riconosce che esistono situazioni in cui l’allontanamento è indispensabile, ma se ogni intervento sappia misurarsi fino in fondo con ciò che produce nel bambino, nei genitori e nel legame. È in questo spostamento dello sguardo, dalla procedura all’interiorità, che il libro trova la sua ragion d’essere più profonda.
In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso a semplificare tutto ciò che tocca l’infanzia e la giustizia, Federica Guagliardo sceglie una strada più esposta e più difficile: attraversare una materia lacerante senza ridurla a caso, senza scioglierla interamente in dottrina, senza separarla dalla carne viva delle relazioni. Per questo “Figli rubati. Il bosco dell’angoscia” merita attenzione non soltanto per il tema che affronta, ma per il modo in cui cerca di restituire parola a un dolore che troppo spesso, nelle istituzioni come nel discorso pubblico, resta senza lingua.

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